Cercasi cronista

Filippo Nanni di Filippo Nanni

imageUn annuncio sul giornale. Nel 2016, il Texas Tribune, alla ricerca di un reporter, sceglie il sistema di una volta e precisa: cerchiamo un cronista per tenere sotto controllo politica e istituzioni. Il nostro candidato deve essere aggressivo, ambizioso e a proprio agio con le breaking news e con progetti di ampio respiro.
Cerchiamo uno scrittore creativo che voglia mettersi alla prova con tutti i media: nuove piattaforme e social. Deve avere spirito di squadra dentro e fuori la redazione. Richiediamo una esperienza di 5 o più anni e un curriculum ricco di articoli e inchieste di rilievo.
Chissà se l’hanno trovato. In questo caso ci piacerebbe tanto conoscerlo.

Se mi posso permettere

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imageCortesie gratuite nei dibattiti televisivi. Allo stucchevole festival delle frasi fatte (“io non l’ho interrotta”), degli intercalari inutili (“voglio dire”), delle parole in libertà (“quant’altro”) si aggiunge una melliflua gentilezza senza senso. Politici, opinionisti e frequentatori vari dei salotti tv non fanno più una domanda senza farla precedere da: “se mi posso permettere”. Quanta eleganza, che educazione. Sembrano tutti cresciuti col galateo sotto il braccio. Poi però, archiviata la premessa da dolce stil novo, partono insulti di tutti i tipi. Poco male finché non arriva il giornalista a far precedere la sua domanda dal fatidico: “se mi posso permettere”. Ma come, anche il cane da guardia del potere? L’uomo (o la donna) che deve chiedere sempre? Il professionista che ha un solo compito: fare domande? Ti puoi permettere, stai tranquillo. Ti devi permettere.

Corsa allo scoop

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imageLa Suprema Corte degli Stati Uniti dà il via libera ai matrimoni gay. I giovani cronisti (stagisti?), taccuino in mano, schizzano via per dare la notizia. La foto che li immortala sembra uno scatto rubato a una pista di atletica. Anche perché hanno tutti le scarpe da jogging. Ora bisognerebbe chiedersi perché non abbiano subito twittato o telefonato, ma lasciamo perdere. Gustiamoci una corsa d’altri tempi e guardiamo bene in faccia questi ragazzi che affidano alle gambe (evidentemente allenate) il loro scoop. La cronista in primo piano si volta per essere sicura di essere in vantaggio, ma sembra preoccupata. Sui volti degli inseguitori la smorfia di fatica nel momento del massimo sforzo. Gara a quattro: tre sono donne. E per il ragazzo la strada sembra in salita.

I crediti di Clark Gable

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imageDoris Day tiene un corso di giornalismo e sostiene la necessità dell’istruzione per chi lavora nelle redazioni. Clark Gable è un cronista esperto che invece crede solo nella gavetta. Il film “Dieci in amore” è del 1958. Lui finge di essere un allievo del seminario per provocare l’insegnante. Lei gli spiega che i giornali, con l’avvento della radio e della televisione, sono obbligati a cercare nuove formule, obbligati ad approfondire la notizia. Sembra un dialogo ascoltato una settimana fa, un mese fa. Invece è passato più di mezzo secolo e se oggi un regista pensasse a un remake non avrebbe bisogno di riscrivere i dialoghi. Considerazione un po’ amara: diciamo sempre le stesse cose, non ci annoiamo mai. Ma adesso una novità c’è: siamo obbligati a seguire i famosi programmi di aggiornamento professionale. Corsi, ormai si può dire, non sempre qualificati. E allora, tutto sommato, anche la visione di “Dieci in amore” potrebbe assicurare un paio di crediti. L’etica di Doris, il mestiere di Clark. E ne riparliamo tra 50 anni.

Troppe facce

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imagePassi per Renzi che sull’Expo dice “ci metto la faccia”. Ma perché anche il fornaio che divide una pagnotta sente il bisogno di mettere la faccia sulla qualità del suo pane? Il tormentone è partito da tempo. Fabio Fognini, il tennista “maledetto”, lo ha gridato a suo padre e al suo staff durante un torneo che stava perdendo. Forse era più un problema di gambe e di racchetta, ma lui insisteva sulla faccia. Anche Montezemolo non si sottrae: “Ci credo e ci metto la faccia. La Ferrari tornerà a vincere”. Per il momento continua l’attesa, ma non è questo il punto. Il manuale dell’Azione cattolica rivolto agli educatori si intitola “Ci metto la faccia” e più o meno lo stesso slogan è stato scelto dalla Federboxe, da associazioni gay, da campagne contro la violenza sulle donne e anche da un candidato di Scelta civica alle Europee. Ma si può continuare. Ci innamoriamo spesso di frasi che poi non riusciamo a scrollarci di dosso. Lo stesso concetto si può esprimere anche in altri modi. Magari ricorrendo a una paroletta a portata di mano: responsabilità. Ma si sa, viviamo nel culto dell’immagine. E ormai neanche un sms arriva a destinazione senza l’immancabile smile.

Technicalities

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Otto e mezzo del mattino, in macchina andando in redazione. Su Radio Tre va in onda Prima pagina, rassegna stampa commentata. Un programma di successo con giornalisti che si alternano alla conduzione. Stavolta si parla di aborto, della ragazza che ha accusato un ospedale romano di essere stata abbandonata dai medici obiettori. Un ascoltatore insiste con la necessità di regole, entra nei dettagli e si dilunga oltre i tempi radiofonici. Il conduttore interviene puntuale: “ma queste sono technicalities (credo che si scriva così)”. Technicalities? Puoi dire “technicalities” in diretta rivolgendoti ai cittadini quando è facile facile cavarsela con “dettagli tecnici”? Il giornalista in questione non è neanche un nativo digitale, uno allevato a pane e software. Avrebbe potuto usare i suoi tradizionali ferri del mestiere, ma la malattia glielo ha impedito. Una fastidiosa forma di giovanilismo acuta. Nei casi più gravi si manifesta con l’acquisto di una moto o di una spider dopo i 50 anni, con i capelli tinti e con il ritorno in palestra dopo decenni di pigrizia. Questo in genere, senza entrare nelle technicalities.

A titolo personale

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imageSu Twitter a titolo personale. Le opinioni sono solo mie. Il giornalista sui social network mette le mani avanti e precisa: scrivo quello che penso, la testata nella quale lavoro non c’entra. Quelle premesse, siamo sinceri, fanno un po’ ridere. È come se a cena con gli amici fossimo sempre costretti a precisare: questa cosa che ti dico è un’opinione personale, non c’entra la mia redazione. Davvero abbiamo due facce così distinte da poterne esibire ora l’una ora l’altra? Non siamo persone punto e basta? Ma senza fare filosofia, può essere utile il codice di comportamento del New York Times destinato ai giornalisti. Primo: i social network sono attività pubbliche al di là delle vostre impostazioni di privacy. Secondo: siete giornalisti del Times e il vostro comportamento online dovrebbe essere appropriato a quello di un giornalista del Times. I lettori assoceranno inevitabilmente al Times qualsiasi cosa pubblichiate sui social media. Quindi: abbiate cura di evitare che qualsiasi cosa diciate online mini la vostra credibilità di giornalisti. Questo negli Stati Uniti. Se però non vi convince, continuate pure a precisare: solo opinioni personali.

Editori filantropi

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imageBill Keller (65 anni) lascia il New York Times e passa a Marshall Project, un sito d’informazione specializzato sulla giustizia, sul sistema penale, sulle carceri. Un’altra firma leggendaria (direttore del NYT dal 2003 al 2011, una collezione di Pulitzer) abbandona una testata-mito e tenta l’avventura digitale. Basta col quotidiano che vive di abbonamenti, pubblicità e vendite. È il momento del sito finanziato da un ex cronista diventato ricco (?!). Marshall Project non è il primo esperimento del genere. Si è tanto parlato di Pro Publica, primo sito a vincere il Pulitzer. Sono giornali on line finanziati da fondazioni, da ong, da filantropi. Vengono presentati come la parte sana dell’editoria. Per la stampa il tentativo di riscatto dopo una vita controllata, pilotata, sottomessa. Sempre soggiogata dai poteri forti, diremmo in Italia. Ma un modello così potrebbe funzionare dalle nostre parti? Sarebbe davvero garanzia di trasparenza? Fondazioni, ong, filantropi. Ci sentiremo più garantiti con editori di questo tipo? Mah! Continua l’eterna ricerca dell’editore puro.