Se mi posso permettere

Filippo Nanni di Filippo Nanni

imageCortesie gratuite nei dibattiti televisivi. Allo stucchevole festival delle frasi fatte (“io non l’ho interrotta”), degli intercalari inutili (“voglio dire”), delle parole in libertà (“quant’altro”) si aggiunge una melliflua gentilezza senza senso. Politici, opinionisti e frequentatori vari dei salotti tv non fanno più una domanda senza farla precedere da: “se mi posso permettere”. Quanta eleganza, che educazione. Sembrano tutti cresciuti col galateo sotto il braccio. Poi però, archiviata la premessa da dolce stil novo, partono insulti di tutti i tipi. Poco male finché non arriva il giornalista a far precedere la sua domanda dal fatidico: “se mi posso permettere”. Ma come, anche il cane da guardia del potere? L’uomo (o la donna) che deve chiedere sempre? Il professionista che ha un solo compito: fare domande? Ti puoi permettere, stai tranquillo. Ti devi permettere.

Grandi uomini

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imageNelle interviste del dopo partita calciatori e allenatori esibiscono un vocabolario che non arriva a cento parole. Ripetono all’infinito il politicamente corretto che li mette al riparo da critiche e non ti sorprendono mai. Vivono in un mondo dove tutto è “straordinario” e “importante” (una ripartenza importante, un centrocampo importante) e dove anche concetti ampiamente acquisiti vengono messi in discussione e qualche volta stravolti. Colpisce, ad esempio, la leggerezza con la quale un terzino è anche un “grande uomo”. Petkovic (ex allenatore della Lazio): “Klose? È stato un grande uomo ad ammettere il gol di mano”. Garcia (allenatore della Roma) a proposito del nuovo acquisto Bastos: “È un grande calciatore, ma anche un grande uomo”. Allegri (ex allenatore del Milan) a proposito di Kakà: “È un grande uomo, un giocatore di classe”. E così via. A proposito: l’uomo con la barba è Leonardo Da Vinci. Pare che giocasse trequartista. Con una gran visione di gioco.

Giornalista gentiluomo

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imageLa rivalità fra giornalisti e fra testate si consuma molto spesso “senza esclusione di colpi” per dirla con un’odiosa frase fatta. Siamo tutti gelosi del nostro scoop e sempre un po’ restii a riconoscere i colpi messi a segno dai concorrenti. Ci arrabbiamo ogni volta che una nostra intervista viene ripresa da altri senza citarci. Perdiamo le staffe se i concorrenti arrivano a distorcere le immagini di un servizio Tv per nascondere il nostro logo. Quando invece siamo noi nel ruolo dei parassiti, dei “succhia ruote”, dimentichiamo con facilità e con naturalezza minimizziamo. Del resto, si sa: individualisti, egoisti, esibizionisti. Questo fa parte della leggenda un po’ logora che circonda il cerchio magico dei giornalisti. Perciò fa piacere scoprire un bel gesto di fair play. Quello che vedete qui sopra lo è. Ci fa credere, per una volta, che la concorrenza sia come una partita di rugby dove ci si picchia di santa ragione, ma poi finisce tutto con il terzo tempo. Con una stretta di mano.

Le prime donne della Rai

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PICCI“Un caporedattore tanto buono mi disse se me la sentivo di commentare al telegiornale le immagini dell’alluvione in Campania. Io accettai subito, ma il giorno dopo successe il finimondo. Mai una donna aveva fatto un servizio al tg della sera”. Era il 1965. Bianca Maria Piccinino ha compiuto 90 anni proprio come la Rai. E’ stata la prima donna a condurre un telegiornale, la prima giornalista a occuparsi di moda. E’ stata ospite di RaiNews24 insieme con Nicoletta Orsomando. Le prime donne della Rai non sono primedonne. Bianca Maria ha il dono del racconto, la lucidità nei ricordi e nell’analisi. In redazione l’abbiamo ascoltata senza interrompere. I redattori più giovani hanno capito che nel DNA della Rai c’è molto da salvare. Prima di salutare, Bianca Maria ci ha detto: “Mi piacete perché siete voi stessi”. Un gran complimento per chi ha sempre idealizzato il motto di Buzzati: “Racconta non fare il furbo”.

Il giornalismo fa bene?

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Maria De Filippi compie 52 anni e in un’intervista dice: “Lavoro in televisione da 21 anni. Se devo dire che mi ha fatto umanamente bene non lo so”. Si può allargare il campo. Chi fa il giornalista più o meno dallo stesso tempo che risposta può dare a una domanda così insidiosa? Il giornalismo ci ha migliorato come persone? Se davanti alle fatidiche sliding doors, avessimo aperto quella che invece abbiamo ignorato, adesso saremmo persone migliori? Segue riflessione.

In ascolto

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fattichiariI conduttori televisivi devono gestire situazioni imprevedibili, dare forma di racconto alla raffica di notizie, tenere sotto controllo il dialetto, litigare col “gobbo”, improvvisare interviste. Qualche volta però ascoltano poco l’ospite seduto in studio, non seguono con attenzione le sue risposte, vanno avanti con la scaletta stabilita e non sfruttano i magnifici assist dell’interlocutore. Perdono l’attimo, il momento del follow up, semplice regoletta che si riassume così: non passo alla domanda successiva, quella che avevo preparato, perché l’intervistato mi ha appena offerto uno spunto che merita di essere sottolineato o subito contestato. Per fare un esempio, se il ministro dell’economia, rispondendo sull’Imu, finisce la frase dicendo che la tassa sulla prima casa non si pagherà “a parte qualche eccezione”, è errore da matita blu andare avanti seguendo il copione e non insistere per farsi spiegare dal ministro quali siano queste eccezioni. È anche così che nascono i titoli, è anche questo il nostro lavoro. Qualche volta poi la fretta di fare la domanda interrompe la frase migliore dell’intervistato, la spezza, quasi la cancella e magari rovina un’atmosfera, un pathos che si stava creando in studio. Insomma, caro anchor, rimani sempre concentrato e resta in ascolto.