Troppe facce

Filippo Nanni di Filippo Nanni

imagePassi per Renzi che sull’Expo dice “ci metto la faccia”. Ma perché anche il fornaio che divide una pagnotta sente il bisogno di mettere la faccia sulla qualità del suo pane? Il tormentone è partito da tempo. Fabio Fognini, il tennista “maledetto”, lo ha gridato a suo padre e al suo staff durante un torneo che stava perdendo. Forse era più un problema di gambe e di racchetta, ma lui insisteva sulla faccia. Anche Montezemolo non si sottrae: “Ci credo e ci metto la faccia. La Ferrari tornerà a vincere”. Per il momento continua l’attesa, ma non è questo il punto. Il manuale dell’Azione cattolica rivolto agli educatori si intitola “Ci metto la faccia” e più o meno lo stesso slogan è stato scelto dalla Federboxe, da associazioni gay, da campagne contro la violenza sulle donne e anche da un candidato di Scelta civica alle Europee. Ma si può continuare. Ci innamoriamo spesso di frasi che poi non riusciamo a scrollarci di dosso. Lo stesso concetto si può esprimere anche in altri modi. Magari ricorrendo a una paroletta a portata di mano: responsabilità. Ma si sa, viviamo nel culto dell’immagine. E ormai neanche un sms arriva a destinazione senza l’immancabile smile.

Technicalities

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Otto e mezzo del mattino, in macchina andando in redazione. Su Radio Tre va in onda Prima pagina, rassegna stampa commentata. Un programma di successo con giornalisti che si alternano alla conduzione. Stavolta si parla di aborto, della ragazza che ha accusato un ospedale romano di essere stata abbandonata dai medici obiettori. Un ascoltatore insiste con la necessità di regole, entra nei dettagli e si dilunga oltre i tempi radiofonici. Il conduttore interviene puntuale: “ma queste sono technicalities (credo che si scriva così)”. Technicalities? Puoi dire “technicalities” in diretta rivolgendoti ai cittadini quando è facile facile cavarsela con “dettagli tecnici”? Il giornalista in questione non è neanche un nativo digitale, uno allevato a pane e software. Avrebbe potuto usare i suoi tradizionali ferri del mestiere, ma la malattia glielo ha impedito. Una fastidiosa forma di giovanilismo acuta. Nei casi più gravi si manifesta con l’acquisto di una moto o di una spider dopo i 50 anni, con i capelli tinti e con il ritorno in palestra dopo decenni di pigrizia. Questo in genere, senza entrare nelle technicalities.

A titolo personale

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imageSu Twitter a titolo personale. Le opinioni sono solo mie. Il giornalista sui social network mette le mani avanti e precisa: scrivo quello che penso, la testata nella quale lavoro non c’entra. Quelle premesse, siamo sinceri, fanno un po’ ridere. È come se a cena con gli amici fossimo sempre costretti a precisare: questa cosa che ti dico è un’opinione personale, non c’entra la mia redazione. Davvero abbiamo due facce così distinte da poterne esibire ora l’una ora l’altra? Non siamo persone punto e basta? Ma senza fare filosofia, può essere utile il codice di comportamento del New York Times destinato ai giornalisti. Primo: i social network sono attività pubbliche al di là delle vostre impostazioni di privacy. Secondo: siete giornalisti del Times e il vostro comportamento online dovrebbe essere appropriato a quello di un giornalista del Times. I lettori assoceranno inevitabilmente al Times qualsiasi cosa pubblichiate sui social media. Quindi: abbiate cura di evitare che qualsiasi cosa diciate online mini la vostra credibilità di giornalisti. Questo negli Stati Uniti. Se però non vi convince, continuate pure a precisare: solo opinioni personali.

Editori filantropi

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imageBill Keller (65 anni) lascia il New York Times e passa a Marshall Project, un sito d’informazione specializzato sulla giustizia, sul sistema penale, sulle carceri. Un’altra firma leggendaria (direttore del NYT dal 2003 al 2011, una collezione di Pulitzer) abbandona una testata-mito e tenta l’avventura digitale. Basta col quotidiano che vive di abbonamenti, pubblicità e vendite. È il momento del sito finanziato da un ex cronista diventato ricco (?!). Marshall Project non è il primo esperimento del genere. Si è tanto parlato di Pro Publica, primo sito a vincere il Pulitzer. Sono giornali on line finanziati da fondazioni, da ong, da filantropi. Vengono presentati come la parte sana dell’editoria. Per la stampa il tentativo di riscatto dopo una vita controllata, pilotata, sottomessa. Sempre soggiogata dai poteri forti, diremmo in Italia. Ma un modello così potrebbe funzionare dalle nostre parti? Sarebbe davvero garanzia di trasparenza? Fondazioni, ong, filantropi. Ci sentiremo più garantiti con editori di questo tipo? Mah! Continua l’eterna ricerca dell’editore puro.

Grandi uomini

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imageNelle interviste del dopo partita calciatori e allenatori esibiscono un vocabolario che non arriva a cento parole. Ripetono all’infinito il politicamente corretto che li mette al riparo da critiche e non ti sorprendono mai. Vivono in un mondo dove tutto è “straordinario” e “importante” (una ripartenza importante, un centrocampo importante) e dove anche concetti ampiamente acquisiti vengono messi in discussione e qualche volta stravolti. Colpisce, ad esempio, la leggerezza con la quale un terzino è anche un “grande uomo”. Petkovic (ex allenatore della Lazio): “Klose? È stato un grande uomo ad ammettere il gol di mano”. Garcia (allenatore della Roma) a proposito del nuovo acquisto Bastos: “È un grande calciatore, ma anche un grande uomo”. Allegri (ex allenatore del Milan) a proposito di Kakà: “È un grande uomo, un giocatore di classe”. E così via. A proposito: l’uomo con la barba è Leonardo Da Vinci. Pare che giocasse trequartista. Con una gran visione di gioco.

Giornalista gentiluomo

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imageLa rivalità fra giornalisti e fra testate si consuma molto spesso “senza esclusione di colpi” per dirla con un’odiosa frase fatta. Siamo tutti gelosi del nostro scoop e sempre un po’ restii a riconoscere i colpi messi a segno dai concorrenti. Ci arrabbiamo ogni volta che una nostra intervista viene ripresa da altri senza citarci. Perdiamo le staffe se i concorrenti arrivano a distorcere le immagini di un servizio Tv per nascondere il nostro logo. Quando invece siamo noi nel ruolo dei parassiti, dei “succhia ruote”, dimentichiamo con facilità e con naturalezza minimizziamo. Del resto, si sa: individualisti, egoisti, esibizionisti. Questo fa parte della leggenda un po’ logora che circonda il cerchio magico dei giornalisti. Perciò fa piacere scoprire un bel gesto di fair play. Quello che vedete qui sopra lo è. Ci fa credere, per una volta, che la concorrenza sia come una partita di rugby dove ci si picchia di santa ragione, ma poi finisce tutto con il terzo tempo. Con una stretta di mano.

Le prime donne della Rai

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PICCI“Un caporedattore tanto buono mi disse se me la sentivo di commentare al telegiornale le immagini dell’alluvione in Campania. Io accettai subito, ma il giorno dopo successe il finimondo. Mai una donna aveva fatto un servizio al tg della sera”. Era il 1965. Bianca Maria Piccinino ha compiuto 90 anni proprio come la Rai. E’ stata la prima donna a condurre un telegiornale, la prima giornalista a occuparsi di moda. E’ stata ospite di RaiNews24 insieme con Nicoletta Orsomando. Le prime donne della Rai non sono primedonne. Bianca Maria ha il dono del racconto, la lucidità nei ricordi e nell’analisi. In redazione l’abbiamo ascoltata senza interrompere. I redattori più giovani hanno capito che nel DNA della Rai c’è molto da salvare. Prima di salutare, Bianca Maria ci ha detto: “Mi piacete perché siete voi stessi”. Un gran complimento per chi ha sempre idealizzato il motto di Buzzati: “Racconta non fare il furbo”.

Il peso della diretta

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Il racconto tv è sempre più P1000622leggero. Per trasmettere immagini in diretta in tempi non troppo lontani bisognava far uscire dai garage camion attrezzati. Adesso il necessario sta tutto in uno zainetto: lo indossa il cameraman e va in diretta da ogni parte del mondo, muovendosi liberamente. La TV accorcia la distanza dalla radio che sembrava irraggiungibile sul terreno della immediatezza. E si rinnova anche l’immagine dell’inviato TV. Non solo la postazione di stand up dove si presenta dopo essere passato al trucco. Per essere nel cuore della notizia, trasmette da luoghi spesso desolati e inospitali. Guardate Lorenzo Maffei di RaiNews24 mentre riversa a Roma un servizio di Lucia Goracci da Qunu, Sudafrica. Il giornalismo che ci piace.

Bersagli sbagliati

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imageUno dei migliori inviati di RaiNews24 racconta con preoccupazione quello che gli è capitato poco prima di un collegamento in diretta. Si avvicina una signora di una sessantina d’anni e gli dice: “Sei un venduto di merda”. “Ma lei non conosce neanche il mio nome” risponde il cronista. E lei: “Non importa siete tutti venduti, mi fate schifo”. L’odio verso la Casta ormai non soddisfa più: varca i confini di Montecitorio e si abbatte su altre categorie. Così finiscono nel mirino i giornalisti, i dipendenti pubblici, i medici, gli imprenditori, i sindacati. Non si riconosce più la responsabilità individuale e si colpisce nel mucchio, a occhi chiusi. Per difendersi da un giornalista scorretto ci sono iniziative previste dalla legge, come ha ricordato il premier Letta al Movimento di Grillo, ma è più comodo e più liberatorio insultare un bravo cronista alla decima ora di lavoro e tornare a casa dicendo con orgoglio: gli ho detto quello che si meritava.