Il G8 ai tempi di Periscope

Filippo Nanni di Filippo Nanni

imageHo cercato in una scatola di cartone le foto del G8 di Genova. Immagini impresse nei vecchi rullini e stampate su carta. Sono passati 14 anni. Sono lì che fisso un’auto carbonizzata. Non era ancora stato ucciso Carlo Giuliani, non c’era stata la Diaz né Bolzaneto. Eppure avevamo già raccontato tanta violenza dai microfoni del Giornale Radio: la città assediata, i lacrimogeni, le cariche della polizia. Adesso anche l’Europa ci chiede conto di quei giorni di odio e di follia, di una scuola che diventa una tonnara e di una caserma che neanche le dittature sudamericane. Riguardo quella foto e penso quanto sia piccolo un inviato in certe situazioni. Quanto sia difficile raccontare certi momenti. Interpretarli. C’è una camionetta dei carabinieri presa d’assalto e poi c’è un ragazzo ucciso da un militare. La polizia fa irruzione in una scuola, escono persone con la faccia piena di sangue. Gli investigatori dicono che erano i famigerati Black bloc. Poi abbiamo saputo che non era vero. In quei giorni, in quei momenti, facevamo la cronaca, ma ci rendevamo conto che non era sufficiente. Per arrivare alla verità ci sarebbe voluto più tempo. E sempre guardando quella foto penso a come oggi, 14 anni dopo, avremmo raccontato il G8. I social network, Periscope, gli smartphone, i tablet, ci avrebbero fornito materiale prezioso. Subito. E forse avremmo capito prima.